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Ci si trova nuovamente a parlare dell’attualissima iniziativa “anti-burqa” del noto Giorgio ‘Guastafeste’ Ghiringhelli. Tale iniziativa si prefigge di ottenere il divieto di dissimulare il volto il pubblico e conseguentemente – così dicono – ciò andrebbe a toccare anche l’uso del burqa e del niqab (il quale, a differenza del primo, lascia in mostra gli occhi). La si vuol far passare come una misura necessaria per tutelare la sicurezza pubblica (si sa mai che un criminale si travesta con un tale abito femminile e poi scappi fra la folla tenendo su la gonna!) ed eliminare questo «simbolo religioso che varca la soglia del fanatismo e della sottomissione della donna» come affermato dal deputato Stefano Fraschina, il quale evidentemente intrattiene stretti rapporti comunicativi con persone di fede islamica che indossano il burqa.

È poi certo che ognuno che si esprime contro il burqa e il niqab abbia già parlato dell’argomento con una donna musulmana che lo utilizza oppure si sia recato all’interno di una moschea per discutere, con chi ha scelto la fede islamica, di integrazione, di cultura, di religione e di minareti. Questi ultimi, peraltro, dal 29 novembre 2009 non posso più venir edificati accanto alle moschee e, sempre secondo Fraschina, tale risultato ci avrebbe dovuto insegnare qualcosa… che cosa di preciso però non si sa, dato che anche il Consiglio federale si era espresso contrario dichiarando che l’iniziativa popolare trasgrediva i diritti umani internazionalmente garantiti e contraddiceva i valori di base della Costituzione federale. È noto a tutti che al momento del voto in Svizzera vi erano quattro soli minareti presso le moschee di Ginevra, Wangen bei Olten, Winthertur e Zurigo, mentre il famoso cartellone dell’UDC ne presentava già sette enormi e neri. Grazie a quella campagna (costata chissà quanto!) si è sicuramente salvato il popolo elvetico dalla tanto temuta invasione islamica. Giusto per fornire qualche informazione: il minareto della moschea Mahmud di Zurigo è stato edificato nel 1963 assieme ad essa e non ha destato preoccupazioni o problemi fino al 2007, quando si iniziò la raccolta di firme.

Visto il numero di minareti in Svizzera e la grande discussione nata intorno al loro divieto ci si può domandare: ma quante donne portano il burqa? In Belgio, paese che ancora non era riuscito a darsi un governo ad un anno dalle elezioni, è entrata in vigore la “legge anti-burqa” per vietarne l’utilizzo ad un numero di fedeli comprese fra le 100 e 300 persone; una vera priorità! Quanti ticinesi abbiano poi visto più di una volta una donna con il burqa per strada, al supermercato oppure a fare benzina? Probabilmente molto pochi e forse anche fuori dai confini cantonali. Si tratta insomma di un’iniziativa che prevede un ennesimo spreco di denaro e di risorse umane, volta unicamente a far parlare di non-problemi, togliendo l’attenzione sulle priorità reali e ad accaparrare consensi ‘di pancia’ a chi poi penserà unicamente agli interessi di una ristretta élite. È giunto il momento che i cittadini svizzeri la smettano di cadere nel tranello dei partiti xenofobi di destra ed inizino a valutare quali siano davvero le priorità per il benessere del popolo e il suo futuro del Paese, rispettando quei cardini che sono riassunti nella nostra Costituzione federale che afferma di voler «rafforzare la libertà e la democrazia, l’indipendenza e la pace, in uno spirito di solidarietà e di apertura al mondo» e ancora di: «Promuove in modo sostenibile la comune prosperità, la coesione interna e la pluralità culturale del Paese». Senza dimenticare che:«nessuno può essere discriminato, in particolare a causa delle convinzioni religiose, filosofiche o politiche».

Marin Mikelin, membro del Comitato Cantonale del Partito Comunista

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